Archivio dell'autore: Mariano Rumor

Figli e attori del proprio tempo.

E’ successo di nuovo, ma succederà sempre più spesso.
In questo articolo trovate la seguente notizia: gli studenti di un’università in Inghilterra sostituiscono una poesia di Kipling con una di una poetessa americana, in quanto il primo fu un razzista sostenitore dell’imperialismo inglese in India.
Stavolta è Kipling, qualche mese fa è stato Montanelli per l’acquisto di una moglie dodicenne in Abissinia negli anni Trenta (fatto narrato più volte in vita da lui stesso), persino Einstein per gli scritti di un viaggio in Cina. Domani forse sarà Pasolini, poi chissà altri.
La pratica, lo diciamo subito, è sbagliata. Viviamo un tempo fatto di una distorsione della visione storica, e sarebbe bene provare a mettere mano a questo problema, con forza. Infatti non si può giudicare con i canoni di oggi protagonisti e fatti del passato, immersi in abitudini e idee diverse dalle attuali. Non si può inchiodare Kipling ad un giudizio maturato con l’esperienza di cento anni a lui successivi, nel nome di principi sacrosanti ma recenti ed evoluti rispetto ai suoi coevi.
Il motivo si cela dietro una semplice logica di causa ed effetto.
Abram Lincoln, padre riconosciuto dell’abolizione della schiavitù in America, per i nostri canoni attuali sarebbe un razzista, al punto che già negli anni 60 i movimenti politici afroamericani puntavano il dito contro di lui considerandolo simbolo del suprematismo bianco: ma senza di lui e la sua battaglia politica non si sarebbe mai messo in moto il meccanismo che ha portato ai nostri canoni odierni di uguaglianza, in America come qui in Europa.

Vaccini pro e contro: facciamo pulizia

Non staremo in questo post a esprimere la nostra posizione sulle vaccinazioni: sarebbero bestemmioni. Ma proprio partendo da una certa insofferenza alla discussione abbiamo capito che il principale problema sia un’incompatibilità generale nelle argomentazioni, che esaspera le discussioni.
Dunque riteniamo si debba fare un po’ di chiarezza iniziale per fare in modo che chi si confronta lo faccia su un terreno comune, libero da corti circuiti mentali che incancreniscono le posizioni.
Di seguito suggeriamo tre regole che suggeriamo andrebbero tenute a mente.

1. NON FACCIAMONE UNA QUESTIONE DI SOLDI.
Purtroppo spesso i confronti sul tema finiscono a correlare posizioni scientifiche con interessi economici. Nessuno mette in dubbio ci siano e che sia indole dell’essere umano ricercare il proprio tornaconto, ma spostano il fulcro della discussione e si finisce in una conversazione tra sordi. Sostenere che le multinazionali nascondano la cura al cancro per speculare sui malati mentre Vannoni fosse un filantropo privo di interessi non aiuta nessuno.

2. DECIDIAMO SE LA STATISTICA ABBIA UN RUOLO OPPURE NO.
Nella discussione si contrappongono due posizioni inavvicinabili che sono tipiche di qualsiasi discussione. Da una parte chi sostiene che l’eccezione confermi la regola, e che si debba continuare a procedere nel solco delle scienze applicate per le quali esiste una percentuale fisiologica di errore. Dall’altra chi ritiene che questa percentuale di errori rimetta in discussione tutto, e per cui l’eccezione invalidi la regola. Tranquilli, succede anche in una qualsiasi discussione tra marito e moglie sulle faccende domestiche, ma è fondamentale per non capirsi.

3. STABILIAMO SE LA MAGGIORANZA ABBIA UN VALORE OPPURE NO.
E’ vero, Winston Churcill nel 1938 era praticamente l’unico in Europa a osteggiare gli accordi di Monaco, ma aveva ragione lui. Alle volte succede. La democrazia mal si applica alle idee e alle decisioni di principio, ma affidarsi alla fiducia nella ragionevolezza delle maggioranze è un modo per arrivare ad una sintesi e ad una decisione: decidiamo chiaramente se sia opportuna o meno, ed eventualmente come sostituirla. Ma questa geometria variabile che santifica la democrazia quando si è maggioranza e rivendica la libertà di coscienza e di dubbio quando si è minoranza produce solamente una empasse perenne.

Rimborsopoli M5S, la vera evidenza.

L’attuale tempesta giornalistica che si è abbattuta sul M5S dopo il servizio delle Iene mette in evidenza uno dei più importanti limiti all’impianto ideologico alla base stesso dell’impegno politico di Grillo e del suo movimento. Giornali, militanti più o meno interni, simpatizzanti e avversari politici puntano l’attenzione, come era prevedibile, sullo scostamento che questo piccolo caso sembra creare con i principi di onestà e lealtà di cui si è fatto voce il Movimento. Se è vero che su questo argomento i vertici da sempre hanno posto un’attenzione quanto meno ingenua, che facilmente prestava il fianco a biasimi alla prima occasione, è pur vero che la stragrande maggioranza di chi ha assunto un’impegno nelle file dei M5S lo abbia onorato. Basta un piccolo residuo per far dire a Renzi che i grillini non possono accaparrarsi la patente dell’onestà più di altri. Ma questo, sosteniamo, sia un errore di valutazione più ingenuo che significativo.
Emerge invece nella dinamica di queste ore un’altra evidenza, che la scoperta di candidati appartenenti alle logge massoniche fa ulteriormente risaltare: la difficoltà nella creazione di una classe politica che rispecchi le ambizioni del Movimento, e la lampante insufficienza del metodo di selezione delle candidature. Un problema concreto che nasconde un vizio ideologico iniziale: al contrario di quanto abbiano sempre sostenuto i 5 Stelle, le masse non sono interessate alla politica attiva, dunque la democrazia diretta non può funzionare. Questo non certo perchè i 5 Stelle non abbiano dato una reale possibilità di partecipazione: basta iscriversi al sito e dopo un certo periodo di tempo si arriva a poter votare su alcune questioni. Piuttosto perchè queste possibilità di partecipazione non sono state colte, e le masse alla piattaforma Rousseau non si sono iscritte. I numeri sono a controprova: il tasso di conversione tra elettori alle urne e votanti sul sito è chiarissimo, e a distanza di 5 anni dagli 8 milioni e mezzo di voti del 2013 (alla Camera) i votanti sulla piattaforma per le parlamentarie 2018 risultano essere 40 mila. Un risultato tutt’altro che diverso da quelli di qualsiasi partito convenzionale dotato di milioni di elettori e sparuto radicamento sul territorio (il PD nel 2017 è sceso sotto 90 mila iscritti).
Il successo di un’offerta politica di rottura non rispecchia la disponibilità dell’elettorato a sobbarcarsi i pesi dell’azione politica, perchè l’acquisto risponde all’offerta, non ad un bisogno insopprimibile: lo voglio perché esiste, ma non esistesse non lo vorrei.

La Soluzione

Pare evidente che oramai il resto dei paesi europei, con Francia e Germania in testa, assomiglino sempre più a quei ragazzini che negherebbero l’evidenza quando, in gruppo, gli si chiede loro di fare qualcosa che vada contro il proprio mero tornaconto, quelli, per capirci, che a un certo punto si portano via il pallone e vanno a casa.
Si sperava che l’avvento di Macron riequilibrasse una situazione che con l’elezione della Le Pen sarebbe di certo esplosa, ma ancora una volta ci troviamo a constatare quanto la linea in politica estera di queste potenze sembri essere indipendente dai manovratori di turno, o almeno da quanto facciano intuire in campagna elettorale.
Insomma, nonostante gli accordi, i trattati, i principi, questi poveri disgraziati sembriamo doverceli sobbarcare soltanto noi. Addirittura, lo avrete letto, gira l’ipotesi di un tentativo di ridisegno dei trattati di Shengen che sia più congeniale al duo franco-tedesco. E allora che fare?
Di certo non possiamo mantenerli tutti, continuiamo a ripetercelo.
A meno che.
La soluzione si chiama dumping. Negli anni 60 e 70 pare che il Giappone invadesse i mercati occidentali dei propri prodotti elettronici ricorrendo alla vendita sotto costo, funzionale a spazzare via la concorrenza e conquistare così posizioni semi monopolistiche nei mercati esteri.
Utilizzare dunque la forza lavoro dei migranti costretti (o rispediti) sul nostro territorio per abbassare i costi di produzioni in determinati settori-chiave, e sfruttare i trattati europei per invadere i mercati esteri con prodotti a concorrenza spietata. Da una parte, avremmo qualcosa da far fare a questi poveri cristi cui fatichiamo a garantire accoglienza e assistenza per il peso che hanno sulle casse dello Stato, già disastrate; dall’altra parte, avremmo dei rientri di denaro che contribuirebbero a coprirne i costi.
Su tutto, poi, faremmo notare l’altro lato della medaglia a chi crede che l’Unione Europea debba essere uno strumento utile soltanto ai propri tornaconti nazionali, invece di una comunione di obiettivi, intendi e politiche. E nell’Europa della libera circolazioni di merci, capitali e persone solo quando fa comodo a qualcuno, li chiameremmo finalmente a svelare definitivamente il gioco cui stanno giocando, per una resa decisiva dei conti.

Essere lavoratori

Da provincialissimo quale sono, non ero mai stato in un supermercato di notte, ed ho potuto rimediare questa sera nel bailamme della movida cuneese buttandomi nel Carrefour H24.
Orbene, potrà apparirvi artificioso, ma insieme alle orde di ragazzini c’erano alcune famiglie con prole, giovani coppie, una cassiera gentile, un energumeno della sicurezza e nessun ubriaco, nè all’interno nè bighellonante sul marciapiede antistante.
“Questa è la vera libertà” ho pensato tra me e me, piacevolmente. Poter fare la spesa quando si ha tempo, persino se avere tempo significhi rinunciare alla mondanità di un sabato sera per fare provviste per la settimana a venire.
Eppure il dibattito nazionale ancora si chiede se sia giusto che i centri commerciali tengano aperto nei festivi (vedi il caso di Serravalle), tra gli scioperi sdegnati dei commessi e la manforte del segretario Fiom Landini, il quale sostiene senza mezzi termini che le aperture nei giorni festivi siano speculazione sulla pelle dei poveri lavoratori vessati e allontanati dalle proprie famiglie.
Che pensare?
Landini non sarà mai andato in un ristorante alla domenica dopo il battesimo di un nipote, o in uno stabilimento balneare a ferragosto, o in un cinema il sabato sera; altrimenti si sarebbe accorto che esiste un mondo che si muove – volente o nolente, secondo le regole della domanda e dell’offerta – anche al di fuori degli orari di uno sportello di banca.
Ma se ci andasse, e li guardasse con attenzione, si accorgerebbe persino che esiste un mondo non soltanto fatto di padroni e di schiavi in perenne lotta di classe tra loro, ma di titolari e dipendenti uniti in un unico obiettivo comune: essere (anche loro) lavoratori.

Lista dei governi non eletti dagli italiani

Di seguito la lista dei governi italiani entrati in carica senza seguire ad una elezione politica:

De Gasperi II (primo governo della Repubblica Italiana)
De Gasperi III
De Gasperi IV
De Gasperi VI
De Gasperi VII
Pella
Fanfani
Scelba
Segni
Zoli
Segni II
Tamboni
Fanfani III
Fanfani IV
Moro
Moro II
Moro III
Rumor
Rumor II
Rumor III
Colombo
Andreotti
Rumor IV
Rumor V
Moro IV
Moro V
Andreotti III
Andreotti IV
Andreotti V
Cossiga II
Forlani
Spadolini
Spadolini II
Fanfani V
Craxi II
Fanfani VI
De Mita
Andreotti VI
Andreotti VII
Ciampi
Dini
D’Alema
D’Alema II
Amato II
Berlusconi III
Monti
Renzi
Gentiloni

tot. 48 governi in 70 anni di storia repubblicana.

Dei 16 esecutivi restanti, entrati in carica a inizio di una legislatura, in almeno 2 casi (Leone e Andreotti III) la Presidenza del Consiglio non aveva la maggioranza del Parlamento scaturito dal voto elettorale degli Italiani. Nel caso dei primi governi Craxi e Amato, il Presidente del Consiglio apparteneva ad un partito politico (PSI) minoritario all’interno della coalizione di maggioranza.

Questo riassunto a titolo di cronaca, a memento per chi continua a sostenere l’illegittimità degli ultimi esecutivi “che nessuno ha votato”. Questa è la Repubblica Parlamentare, questa è la Costituzione, baby.

Ps. l’osservazione sul fatto che gli stessi a sostenere questa illegittimità siano esattamente gli stessi che hanno “difeso” la Costituzione per il voto referendario del 4 dicembre, la lasciamo al lettore.
Pss. nel 2006 ci fu il secondo referendum costituzionale della storia italiana, sulla riforma che prevedeva un’elezione diretta del Presidente del Consiglio. Anche allora gli italiani dissero no. Anche allora vinse la Costituzione, vinse la Repubblica Parlamentare.

E’ arrivato Attila.

Saremmo capaci anche noi di spiegarvi ora le ragioni dell’insuccesso di Hillary Clinton che hanno spianato la strada della Casa Bianca a Donald Trump. Ora ne siamo capaci tutti. Ma come diceva il saggio, “se io lo so, tu lo sai, che ce lo diciamo a fare?”.
Piuttosto proviamo ad azzardare una visione sul cosa sarà. Un bel niente, un buco nell’acqua, nada de nada, nisba, keine, rien, kaputt. Donald Trump non sarà la bestia che tutti temiamo.
Non lo sarà perchè c’è sempre una differenza tra il dire e il fare, tra la lotta e il governo.
Non lo sarà perchè non descrivevamo Bush in un modo poi così migliore, ma siamo ancora qui. Certo, non sarà stato il miglior Presidente degli Stati Uniti, ma nemmeno il peggiore. Il Peggiore per la storia fu Nixon, un fascistoide arrogante deposto putacaso con l’unico impeachment della storia del paese.
Non lo sarà perchè persino nel partito repubblicano, che ha la maggioranza al Congresso, pochi lo digeriscono e lo asseconderanno.
Non lo sarà soprattutto perchè gli Stati Uniti sono una democrazia vera, che ha in sé quegli anticorpi capaci di neutralizzare gli istinti libertici di certi voti di pancia: gli Usa non sono nè l’Egitto nè la Turchia, e il potere assolutistico di cui crediamo investito il Presidente è molto diverso dal fare quel cacchio che gli pare come crediamo quando rabbrividiamo pensando alla valigetta con i bottoni delle testate nucleari. Se avete paura di cose del genere, c’è molto più da preoccuparsi a ovest di Los Angeles, credeteci.
E non lo sarà perchè Barack Obama non è stato la salvezza del Mondo, Donald Trump non ne sarà il distruttore.

La democrazia è quello che ci meritiamo

Circolano in questo ore successive alla vittoria del #leave al referendum sulla #brexit articoli, infografiche e commenti sdegnati su un fatto evidente, ovvero lo sbilanciamento del voto per fascia di età, con gli over 65 a votare in massa per l’uscita che di fatto peserà molto più sulle vite dei loro giovani concittadini che sulle proprie.
L’idea della ponderazione dei voti in democrazia non è nuova, e risponde sicuramente ad un problema oggettivo, ovvero che la democrazia mandi a ramengo le spinte innovatrici e/o la consapevolezza del voto mischiando in un unico calderone scelte ignoranti fatte di pancia con quelle illuminate fatte di informazione, obiettività e lucidità.
Il problema di questa soluzione è però quella di partire da un assunto iniziale, ovvero da un luogo di approdo – una decisione considerata giusta – che la democrazia dovrebbe produrre. Occorre arrivare ad una decisione precisa, ecco allora che la ponderazione è lo strumento. Ma chi decide quale sia la decisione giusta? Ai referendum orde di capre annullano il voto dei pochi che con coscienza si sono informati e sono in grado di prendere una decisione equilibrata? Ponderiamo il loro voto. Ma chi decide come?
La democrazia che conosciamo noi viaggia invece su un principio di semplificazione disarmante: è l’uguaglianza, baby; ed è grazie a questa semplificazione che le decisioni prodotte dalla democrazia, per quanto incondivisibili, criticabili, financo aberranti, fotografano esattamente il livello aggregato di informazione, coscienza, conoscenza e lungimiranza di un’intera popolazione, in cui persino il grado di menefreghismo – l’astensione al voto – viene rappresentato e produce i suoi effetti.
Per questo la democrazia è quello che ci meritiamo. E la classe politica che ne consegue, come un Cameron cui esplode tra le mani una sparata elettorale fatta per pescare i voti altrui, essa stessa è quella che ci meritiamo.

ps. puntualizzato ciò, i referendum andrebbero aboliti.

L’anima del figlio di Vendola ed altri anacronismi

Noi Sorelle Bandiera, in questa epoca da partito della Nazione, siamo un po’ tornate con la mente agli sforzi del compromesso storico, e quindi alle volte ci tocca difendere i nostri compagni comunisti con spericolati sorpassi dall’estrema sinistra. E questa volta veniamo in soccorso del compagno Nichi Vendola, e con la mossa politica tipica di chi difende e si difende al di là delle proprie idee e delle proprie azioni: il contrattacco.
Rilanciamo la patata bollente della paternità dell’ex presidente della Puglia prendendocela con Famiglia Cristiana (avete capito bene, siamo alla guerra fratricida) chiedendo: visto che per il catechismo della Chiesa Cattolica, l’anima la crea soltanto Dio (art. 366) che ci dice Dio del figlio di Nicolino nostro?

Galeotto fu il capodanno

Come tutti quelli che l’avevano detto, devo sostenere di non aver piacere di dire che l’avevo detto, ma in realtà mi piace un sacco.
Finalmente si sono incontrate, e io l’avevo detto. In una fredda notte di capodanno, a Colonia, forse in altri posti, ma è successo.
Correvano i primi anni 2000, l’intellighenzia nostrana si premurava a gettare acqua sul fuoco delle polemiche per le posizioni di Berlusconi (“siamo una civiltà superiore“) e ancor più della Fallaci (un po’ di ogni): “non esistono culture superiori alle altre” sintetizzò l’allora presidente della commissione Europea Prodi. Era l’Occidente frastornato che si guardava dentro, che si torceva tra le anime revisioniste di Derrida e quelle assolutiste di Benedetto XVI, che ammetteva le peggiori colpe senza riconoscersi alcun pregio, nel terribile e strisciante senso di colpa dell’Olocausto, il prodotto più ingombrante di secoli di cultura “superiore”.
Epperò io pensavo a: sapiens e neandhertal, mesopotamici e egizi, greci e assiri, liguri e etruschi, romani e longobardi, maya e spagnoli, medioevo e rinascimento, illuminismo e schiavismo, yankee e pellirossa, alleati e forze dell’Asse, democrazia e totalitarismo, Pippo e Pluto, belghe e pale ale, bagni italiani contro resto del mondo.
Mi pareva evidente, insomma, che le culture fossero il prodotto degli uomini, dei loro pensieri, delle loro interazioni, la sintesi dei percorsi di generazioni e territori, e che come tutte le opere dell’uomo fossero comparabili tra loro senza che per questo ci si dovesse sentire razzisti, e che se alle nostre latitudini non praticassimo l’infibulazione, questo dovesse essere motivo di vanto, non soltanto una varianza folkloristica priva di peso specifico.
Ovviamente, chi si sperticava a mistificare le differenze tra culture non poteva non battersi ugualmente per la condizione femminile, che ancora oggi a ragione trova argomenti per combattere anche nella nostra civiltà, visto che, Colonia o non Colonia, gli abusi sulle donne sono tutt’altro che un pericolo remoto nelle nostre case (soltanto che qui, nota folkloristica, è reato).
“Prima o poi”, pensavo, “queste contraddizioni si incontreranno”.

Tentativi

AR-15 (M4A1) custom carbine on the flag of USA

Le vendite di armi negli Stati Uniti suggeriscono il fatto che questa benedetta lobby delle armi goda di un potere più democratico che economico. L’idea che esista il diritto e la necessità di armarsi per difendersi è profondamente radicata tra la popolazione. Probabilmente per questo riesce così difficile al governo americano far approvare una moratoria sulle armi che al resto del mondo civile sembra quasi un’ovvietà.
Eppure, ogni volta che qualcuno spara, sia in un cinema, in un centro di riabilitazione, al fast food, in una scuola o per strada, non c’è mai un mezzo disgraziato tra gli assaliti che abbia con sé un’arma per rispondere al fuoco prima che arrivi la polizia.
A questo punto che pensare? Proviamole tutte. Non è che forse la soluzione al problema sia buttarla in vacca e dare effettivamente le armi a tutti? Un welfare della polvere da sparo che accontenterebbe lobbysti, cittadini insicuri, cowboy improvvisati, sperando nell’effetto “guerra fredda”, quando la proliferazione delle armi tra le superpotenze concorrenti fu il chiaro deterrente ad una nuova resa dei conti.

Acqua bene comunque

Sono un po’ di fretta, ma mi fermo due minuti poichè mi preme stabilire una cosa: se per un bene che è vostro pagate una cifra per utilizzarlo – una qualsiasi cifra, a privato o pubblico che sia – delle due l’una: o il bene non è vostro, o non state pagando il bene, bensì qualcos’altro.
Ergo, la discussione attorno alla gestione dell’acqua, che sia privata o pubblica, non è una discussione sulla proprietà dell’acqua, perchè l’acqua che usate in casa la pagate comunque, anche se erogata da ente pubblico, e ugualmente l’acqua che prendete al supermercato, imbottigliata da enti privati.
Piuttosto è una discussione su quel fatto non trascurabile nella storia dell’Uomo per cui le città e le case non vanno più fatte vicino a fonti d’acqua per andarsela più agevolmente a prendere coi catini, ma vi arriva direttamente nel lavandino ovunque voi siate. E siccome questa non trascurabile cosa non è opera di Maometto – che si sa, sposta solo montagne – né della Madonna – che si sa, sposta solo la propria casa – ma di altri uomini che prestano continuamente il proprio lavoro affinché questo avvenga, ecco ci troviamo in presenza non di una proprietà bensì di un servizio, e un servizio va remunerato. Stiamo parlando quindi del servizio dell’acqua, non della proprietà dell’acqua.
E se a qualcuno questo può sembrare un puro esercizio di stile inutile e tardivo dati gli esiti referendari ricordo che qualsiasi risposta, a qualsiasi livello, deve aver ben compreso la domanda per poter essere risposta cosciente; e di certo, a questo fine, le campagne che continuano a ripetere – oggi come nel 2011 –  il mantra dell’acqua bene pubblico da difendere dalla privatizzazione, non furono e non sono d’aiuto.
Ma ora debbo veramente andare.
Per il resto, se vorrete discutere sull’opportunità o meno che questo servizio sia gestito dal pubblico – inefficiente? – o sia meglio gestito da un privato – troppo caro? -, potremo parlarne a tu per tu: ci vediamo in fila a pagare – comunque – la prossima bolletta dell’acqua (perchè io col cacchio che vado a prendermela gratis fino alla fonte).