Archivio dell'autore: Mariano Rumor

In soccorso di Miss Italia

Noi Sorelle Bandiera siamo la Prima Repubblica, e come tali siamo strette tra la Seconda Guerra Mondiale e l’epoca berlusconiana della f#@a al potere. Per tanto, se una f#@a parla di Seconda Guerra Mondiale, noi non possiamo esimerci dal dire la nostra, dall’alto della nostra latente e imparziale omosessualità.
Ci tocca dunque il compito di difendere la povera neo Miss Italia dagli attacchi pecorecci dei centometristi dell’indignazione, belle testoline frenetiche che appena sentite violato un luogo comune vi industriate in una fulminea reprimenda indignata. E siete tanti, santo cielo, tanti. Ovviamente, per voi, riflettere venti secondi e pensare che una 18enne, sbalzata in diretta nazionale a rispondere ad una domanda cui nessuno interessa la risposta*, possa esprimersi di merda nel tentativo di dire qualcosa di furbo e fare bella figura, non è un’opzione.
No.
Più matematicamente probabile, certamente, che approfitti di quei 10 secondi di visibilità per portare a termine un affondo irriverente e cosciente contro la storia della nazione, magari un regolamento di conti con la nonna o con la professoressa delle superiori che l’annoiava parlando di Tina Anselmi invece di insegnarle a fare la calzetta.
Certo, verosimile.
Perchè nell’epoca della comunicazione facile la lentezza di pensiero è una mancanza che non si perdona. Il popolo senza dubbio, senza soluzione di continuità tra le orecchie e la bocca, che ha sempre un’immediata opinione, che “non capisce i giorni della raccolta differenziata ma poi al bar ti spiega tutti gli errori di Mario Draghi e di Obama“**. I contesti non contano, le frasi si estrapolano, le intenzioni valgono meno della sintassi, perchè per capire qualcuno occorre farsi delle domande, e per farsi delle domande occorre tempo, ma questo non è il più il tempo per avere tempo. Vi meritate i dibattiti in cui si parlano addosso, così sicuri della propria ragione e dell’altrui torto da non finire nemmeno d’ascoltare. Vi meritate di avere miss Italia Daniela Santanchè.
Lasciatevelo dire: è per quelli come voi se noi della Prima Repubblica abbiamo inventato la frase “le mie parole sono state strumentalizzate“, per solleticare le vostre orecchie, rimpinzarvi di parole a caso, ridere alle vostre spalle e addormentare così definitivamente il vostro buon senso.

miss-italia-alice-sabatini_intera*questa storia che le belle debbano dimostrarsi anche intelligenti deve finire, porca paletta, che poi a noi intelligenti tocca rifarci le tette.
**citazione di Davide Giletta, che una volta aveva un blog bellissimo, ora non lo ha più e se siete arrivati tardi affaracci vostri.

Esportiamo l’Aperitivo!

Trova le differenze.
Se un giovane occidentale prende armi e bagagli e si trasferisce all’estero sarà considerato: un coraggioso se non ha una meta, un irresistibile uomo di mondo se vuol bighellonare, un cervello in fuga se è partito per cercare un’occasione. In ogni caso, un figo, un individuo che prende la propria vita con due mani bene aperte e decide di non lasciarsi vincere dalle circostanze.
Se un giovane del Resto del Mondo (1) decide di sfidare la sorte per trovare una vita migliore in un posto che gliela possa dare si valuterà: se fugge e basta allora è uno scansafatiche o un terrorista, se fugge dalla povertà un miope che non vede che-qui-non-arriviamo-a-fine-mese (prima gli italiani!), se fugge da una guerra allora un momento vediamo chi cosa dove come quando perchè, e poi forse sì, forse.
Tralasciamo poi che se il primo fugge con due stracci e uno smartphone, è uno spirito libero connesso con l’Universo; se lo fa il secondo è uno che sì sì non han da mangiare ma il cellulare ce l’hanno, va.
L’antico mito di Ulisse che si smarca dal fato avverso e attraverso il viaggio conquista la libertà lo abbiamo ancora ben presente, ma sembra valere solo per noi.
Il nuovo mito del villaggio globale, in cui qualsiasi pisquano che si alzi la mattina a Timbuktu possa interagire con un perdigiorno di pari grado a Helsinki, sembra valere solo per noi, e iniziamo ad averlo un po’ meno presente.
Ci siamo illusi per qualche anno che globalizzare significasse una nuova epoca coloniale, che si potessero andare a pescare le risorse naturali, energetiche e umane ovunque pur
mantenendo il Mondo sostanzialmente separato. Non ci siamo accorti che i primi – gli unici – ad avere qualcosa da perdere, in questo stato di cose, siamo noi.
Barconi pieni di gente con molto poco da perdere provano a ricordarcelo continuamente, ma noi vediamo soltanto la paura di una feroce concorrenza diretta tra loro e i nostri nuovi disoccupati, a ringhiarsi l’uno contro l’altro per strapparsi uno straccio di lavoro
portato dai nostri capitani di industria in quel limbo tra ex paradiso e inferno che sono i paesi con la manodopera a basso costo.
Ma siamo fuori strada.
Loro non vogliono il nostro lavoro, vogliono il nostro benessere.
Vogliono la nostra libertà.
Vogliono stare un po’ bene anche loro.
Vogliono i nostri happy hour.

(1) scusate, fa tanto partite del cuore, ma non so trovare una definizione sociopolitica attualmente accettabile.

mareecocktail

Family Day

Il documentario passa le immagini di una leonessa malata operata da un’equipe di sei medici: l’emozione è notevole quando l’uomo dimostra di mettere la propria intelligenza al servizio della Natura.
Eppure se davvero il Mondo è governato dalla Selezione Naturale, la bellezza di quell’intervento non è altro che un attacco all’Evoluzione, un arbitrario intervento dell’Uomo – l’ennesimo – alle leggi sacre della Natura: la leonessa dovrebbe morire, inserirsi come ogni altro individuo della sua specie e di tutte le specie in quell’incessante danza tra vita e morte contro cui la mutazione genetica lotta e cresce nel segno dell’istinto di sopravvivenza e del miglioramento. Perchè le logiche della Natura sono più spietate del nostro modo di pensare, e più lontane di quanto pensiamo dall’idea edulcorata che ci siamo fatti del Bene. In Natura, lo storpio soccombe, l’animale usa l’altro animale, uccide per il territorio quelli della propria specie, rapisce i piccoli agli altri individui, taglia la testa ai maschi, mangia le carcasse.
Dovremmo ricordarci queste verità che l’etologia ci consegna intere quando brandiamo il concetto di Naturale con disinvoltura e certezza, pretendendo di determinare scelte e logiche umane riconducendole ad una Natura cui noi non apparteniamo più da tempo, da secoli, e dalla quale ci siamo smarcati molto prima della rivoluzione industriale, del consumismo, del danaro, della speculazione a discapito dell’ambiente, ma già da quando abbiamo iniziato a interessarci al senso della vita, e abbiamo cercato di fare di tutto per difenderci dalla Natura stessa.
Se c’è una cosa – la più importante – che la mia religione ha insegnato a me e alla cultura moderna è l’apoteosi dell’Amore Universale: amare i propri nemici. Cosa c’è di più innaturale al mondo che l’idea di amare chi ci odia, volere il bene di chi per noi vuole il male? Abbandonare il concetto di difesa in risposta all’attacco? Una radicalizzazione del concetto di amore che eleva l’Uomo dal mondo animale per consegnarlo ad una dimensione superiore, in cui la vera logica fondamentale è la logica della Relazione.
Dovremmo ricordarci anche questo quando scendiamo in piazza in nome di Dio per difendere l’amore naturale, e pretendiamo di ricondurre l’esistenza relazionale di ogni uomo nei binari semplici della biologia.

“Se non si farà niente di tutto questo, come temo sia assai probabile, anzi certo, andrebbero tentate almeno poche riforme semplici ed essenziali: la elezione diretta del Capo dello Stato, o del primo ministro. Una legge elettorale che, visto il clamoroso fallimento del sistema maggioritario, reintroduca il principio del proporzionale corretto. L’introduzione dell’istituto della “sfiducia correttiva”. Un chiarimento tra regionalismo, federalismo, e unità nazionale senza pregiudizi, demagogie e minacce secessionistiche che lasciano il tempo che trovano. Il superamento del bicameralismo perfetto. Un diverso sistema di elezioni che trasformi il CSM da organo di natura corporativa, in organo costituzionale di controllo.”

Bettino Craxi, 1996, Io parlo, e continuerò a parlare.

Proposte sul Comunale del M5S: nota a margine.

In principio era il Verbo, purchè il Verbo non fosse presso i giornalisti. Il Movimento 5 Stelle si prefissava di portare i cittadini di buon senso nelle istituzioni, per estrapolarvi i politicanti speculatori attenti soltanto a farsi la bella posa a mezzo stampa.
Nemmeno un mese fa si discuteva dell’apertura dell’Amministrazione Comunale nella persona del Sindaco alla possibilità di ridiscutere il progetto dello stadio Comunale. Nel mezzo, una commissione apposita, pubblica, agli atti, istituzionale, come tutte le commissioni consiliari permanenti, il luogo in cui la politica può smettere i panni della campagna elettorale perenne  e usare il buon senso, la discussione, aprirsi ai dubbi e alle proposte. In chiusura di quella commissione, la disponibilità a farne una seconda, per fugare ogni ombra e possibilità di compiere un’opera errata. Nessuna chiusura ideologica a prescindere.
E allora davvero non mi spiego il motivo per il quale il Movimento 5 Stelle, per mezzo della consigliera Riccardi, abbia sentito l’esigenza di inviare un preventivo ottenuto da un’azienda non già ai colleghi consiglieri comunali membri della commissione – richiedendo di discuterne in assemblea, tra persone civili, pubblicamente – ma ai giornali locali. Sarei in grado di spiegarmelo fosse stato fatto da un consigliere membro di una scaltra e vecchia classe politica attenta a sviare le discussioni nel merito delle cose per portarle sul piano mediatico e ottenere visibilità, ma non di certo da chi continuamente si richiama alla stella polare del buon senso e dell’assoluto disinteresse.
Quale possibilità ha il Consiglio Comunale, diretta espressione del voto della cittadinanza, di valutare i pro e i contro di un progetto, se invece di discuterne serenamente e pubblicamente in una commissione, deve assistere ad un batti e ribatti sui giornali? E’ questo il valore che il Movimento 5 Stelle riconosce alle istituzioni votate dai cittadini?
Il dibattito è difficile da gestire, me ne rendo conto. Meglio la mancanza di contraddittorio che permette una lettera su un quotidiano o un settimanale. Perché in un dibattito si potrebbe obiettare, ad esempio, che sia ingenuo confrontare gli importi di un progetto redatto da un ufficio comunale, costretto dal principio contabile della prudenza a stimare i costi massimi in cui possa incappare quando progetta un’opera pubblica o un’intervento, con gli importi limatissimi di un preventivo fatto da un’azienda in regime di libera concorrenza, disposta a ridursi di molto il guadagno pur di prendere un appalto ingente, di questi tempi poi. Il concetto di ribasso d’asta è di pubblico dominio e pure i bambini lo conoscono, certamente quindi non è oscuro al Movimento 5 Stelle.

Firmato
Luca Vender
Presidente della II Commissione Consiliare Permanente del Comune di Fossano
e che su questo blog di norma si firma Mariano Rumor, uomo della vecchia e scaltra politica.

Lettera aperta a Silvio Berlusconi

Silvio.
Silviuccio caro.
In un tempo andato avevi il mio favore; di più, la mia dedizione. Ero, non temo a dirlo, berlusconiano.
Quasi a scatola chiusa. Meglio, quando la aprivano, quella scatola, io ero pronto a difendere tutto quel che
ci si trovava dentro.
Poi le cose cambiate, ahimè.
No, macchè bunga bunga: semmai potevi invitarmi, invece mi preferivi Topolanek e Emilio Fede.
No, ma quali reati fiscali: conservo tutt’ora i miei dubbi.
No: il problema era la corte che ti eri messo intorno. Se i Galliani e i Confalonieri li riservavi agli affari,
in politica ti sei sempre circondato dei Bondi, degli Verdini, dei Brunetta, delle Santanché. Continuo?
No, non vorrei infierire. Speravamo però l’avessi capito. Per simpatia, per stima personale, perlomeno per la voglia di un po’ di equilibrio, di godere della vista di due coalizioni europee e moderne guidate da leader efficaci e presentabili.
E tu chi lanci? Giovanni Toti. Ma Cribbio, Silvio: Toti. Uan di Bim Bum Bam cosa aveva che non andava?
Eppure la soluzione ce l’hai in casa, davanti agli occhi, e io ancora spero ingenuamente che tu te ne possa
accorgere e fare un guizzo dei tuoi, sparigliando le carte sul tavolo: Mara Carfagna. Lo ripeto, con calma, scandendo bene le lettere: m-a-r-a-c-a-r-f-a-g-n-a.
Pensaci, Silvio, pensaci.
Chi può tenere testa a Matteo Renzi, che in pieno spirito berlusconiano, nel suo piccolo, diventa ogni giorno più bello, proprio come facevi tu? (avete presenti Renzi a 34 anni?)
Pensaci, Silvio.
Preparata, decisa, con la parlata ferma, telegenica, misurata. Quattro qualità su cinque Alfano non le aveva e tu lo scelsi, cribbio Silvio, ascoltami. Dall’altra parte, con molto meno, Matteo Renzi fa sembrare un genio la Boschi e vagamente accettabile la Madia. Santocielo, Silvio, la Madia. Se tu lo volessi, se solo tu lo volessi, potresti rischiare di far eleggere la prima donna premier in questo paese. Te ne rendi conto, Silvio? Rosy Bindi costretta a riconoscere che il primo a portare una donna al governo in un sussulto di civiltà delle pari opportunità sia stato proprio tu. Ne uscirebbe più vergognata che bella. Sarebbe un capolavoro, Silvio. Mara la voterebbero gli uomini affascinati, le madri rassicurate, le donne invidiose per poterla criticare ogni volta al tiggì. Un capolavoro, ti dico.
Te lo chiedo con il cuore in mano.
Se non puoi arrivarci resuscitando quel vecchio valore che la tua destra si è fatta scippare dalla nuova sinistra, la meritocrazia, almeno arrivaci con quel vecchio tratto distintivo con cui in qualche modo hai fatto sognare tanti di noi: la passione per la figa.

Stavolta

Almeno_stavolta
Come è che stavolta che la Cei interviene con una posizione netta in un fatto di vita politica e civile italiana, nessuno grida all’ingerenza?
Come è che stavolta che la Cassazione conferma l’assoluzione di Berlusconi, le sentenze si possono anche criticare?
Ma soprattutto come è che stavolta quella Sinistra che quando parliamo di morale ci dà dei veterotestamentari bigotti e integralisti, parla di morale?

(ps. la faccia di Nek era il primo risultato su google per la parola “stavolta”)

Giusto perchè lo sappiate.

Ricordo come nel lontano 2003 – facevo quinto anno di ragioneria – promossi un’assemblea degli studenti per spiegare lo scoppio della guerra del Golfo. Insieme alla mia classe preparammo degli interventi che leggemmo e spiegammo agli altri 450 studenti dell’istituto. Di otto, l’unico a favore dell’intervento ero io.
Ricordo in particolare che cercai di controbattere all’obiezione imperante di una guerra fatta per il petrolio iracheno portando le “prove” – per quanto possa un ragazzo di 18 anni nel mezzo della provincia granda – dell’interessata contrarietà all’intervento di Francia e Russia, desiderose di mantenere in piedi i contratti di sfruttamento dei grandi giacimenti iracheni stipulati pochi anni prima con il regime di Saddam Hussein.
Ecco, a distanza di 12 anni, se il tempo mi abbia dato ragione o torto è del tutto controverso, basti pensare che io, Emilio Colombo e Fiorentino Sullo ci siamo letteralmente scannati sull’argomento davanti a un tè in un locale rinomato del centro, da buoni radical chic quali cerchiamo ogni tanto di essere.
Quello che invece mi pare evidente, è la disinvoltura con la quale questo argomento possa essere glissato all’occorrenza e ribaltato a convenienza: in Libia interverremo a difendere i pozzi petroliferi dell’Eni che ancora li controlla respingendo gli assalti dei miliziani, perchè lo scatolone di sabbia di Salvemini non era poi così male, ma siccome non siamo gliammerigani e al governo non c’è Berlusconi nemmeno Sel prova più ad ululare alla speculazione imperialista; in Nigeria nessuno interviene poichè i miliziani di Boko Haram seminano morte al Nord, mentre i giacimenti petroliferi stanno al Sud, abbastanza lontani al momento dalla jihad africana per consentire ai colossi petroliferi – tra cui sempre Eni – di continuare a distruggere il sistema ambientale sociale e politico del Paese.
Ma qualcosa mi dice che quando l’espansione del Califfato globale arriverà a danneggiare seriamente gli interessi legati al petrolio – ben oltre al controllo di alcuni giacimenti tra Siria e Iraq e al mercato nero che alimentano oggi, per lo più vendendo sottoprezzo a paesi con difficoltà di acquisto – quel giorno la sorte del Califfato sarà segnata.
E a noi non resterà che tirare un sospiro di sollievo e dimenticarci in fretta di tutta questa faccenda, come sempre.

Dolce vita lovers? E chiamateci scemi.

Pizza makers? Be’, sì cacchiarola.
Latin Lovers? Forse non più, ma lasciamoglielo pensare.
Party addict? Eternal children? Viviamo bene, vacca boia.
E invece no.
Lasciamo stare il nostro lifestyle super invidiato nel Mondo e presentiamoci laboriosi come dei piccoli prussiani che crescono, mettiamoci in bella concorrenza con i minatori polacchi, gli operai rumeni, la moltitudine di sgobbatori cinesi, gli informatici indiani, i tessitori del Bangladesh, gli scienziati americani e i nani da giardino. Ne trarremo dei grossi vantaggi.
Non so se sia peggio rispondere alle generalizzazioni banali (gesticoliamo, e allora?) con altre generalizzazioni o con delle specifiche singolarità che non c’entrano nulla: football maniacs? ma no! abbiamo il maggior numero di siti patrimonio dell’Unesco! (e il video fa vedere un uomo che si emoziona a teatro anche se a teatro in questo paese non ci va nessuno).

Titolo a piacere

Chi in una mano brandisce il “Je suis Charlie” e con l’altra raccoglie le firme contro le moschee, che dichiara “serve una guerra”(ndr Gasparri), mi fa pensare che di libertà non abbia capito molto o che semplicemente non sappia il francese. Spesso si parla del fondamentalismo islamico, e dell’ISIS (o IS) in particolare, senza mai spiegare che quel movimento ultrareazionario e islamonazista è l’esito di decenni di precise scelte politiche, militari ed economiche. Scelte di cui l’occidente è anche stato promotore volontario ed involontario. È senz’altro più comodo parlarne come se certe dinamiche fossero nate dal nulla, o meglio, da una misteriosa inclinazione di tutti i musulmani per il fanatismo e la violenza politica. In questo modo, si può piegare la lotta al terrorismo- giusta e sacrosanta- a una generica politica della paura, che è la stessa politica che ha portato al Grand design di Bush, di cui i frutti marci raccogliamo ancora oggi. In atto non c’è uno scontro delle civiltà, ma uno scontro tra fondamentalisti e moderati, che questi appartengono in modo trasversale a tutte le società, ed è il fondamentalismo di ogni sorta- religioso,nazionalista, fascista- che si deve contrastare. La risposta europea deve essere politica, rivolta verso l’inclusione delle diversità, di una lotta alla povertà e all’esclusione sociale, di una rivisitazione della politica estera europea e di una Unione Europea più integrata. Che la conseguenza di un attentato contro la libertà sia un giro di vite contro le libertà non deve diventare il paradosso di questi mesi.

(l’articolo è a firma di Fiorentino Sullo, che però si è perso le password e tocca a Mariano Rumor pubblicarlo)

Palestina sì, ma non così.

E’ soltanto un indirizzo politico approvato dal parlamento di Strasburgo che non prescinde in alcun modo dal proseguimento dei trattati di pace. Non è di certo il riconoscimento fatto poche settimane fa dalla Svezia. Comunque un passo. Ma nella giusta direzione?
La questione palestinese è dal secondo dopoguerra il paradigma della nostra visione binaria che ha la necessità e la pretesa di dividere tutto in buoni o cattivi. Da che parte stai? Sei filo cosa? Chi ha ragione? Chi torto? Io ti ho fatto questo perchè tu mi hai fatto quello perchè io ti avevo fatto questo perchè tu mi avevi fatto quello. La situazione è così complessa, infatti, che per trovare un colpevole nella giungla di offensive e controffensive, generalmente ogni discussione tra sostenitori di uno o dell’altro finisce agli antefatti: non è un caso se Netanyahu la butti anche stavolta sull’Olocausto, e se invece i sostenitori dei palestinesi rispondano sempre con la domanda: chi c’era prima?
Qui però non si tratta più di indagare su chi abbia torto e chi abbia ragione, e credo che non sia nemmeno più uno scontro tra israeliani e palestinesi.
Israele resta uno Stato di Diritto, e come tale risponde a principi di legalità: ovviamente non significa che non sbagli o che non compia atti illegittimi. Più banalmente, deve risponderne a qualcuno, dalla Comunità Internazionale agli elettori israeliani; e non credo che di Hamas o delle Intifada si possa dire altrettanto. Proprio perchè è uno Stato di Diritto, tuttavia, non è realmente in gioco: la Palestina ci sarà, e prima o dopo Tel Aviv se ne farà una ragione.
Il punto è un altro: Palestina Stato, o Palestina Stato di Diritto?
Se il percorso, nel modo in cui a questo mondo nascono, si ottengono, si formano le cose, ha una sua importanza, quante possibilità ci sono che diventi uno Stato di Diritto – sistema che tra le altre cose permette la difesa dei deboli – se la spinta indipendentista che ne esce vincitrice è quella di Hamas? Quale soluzione duratura si possa creare – in quell’area geografica e culturale, poi – se invece di sostenere l’ANP in una reale ed efficace lotta alle organizzazioni terroristiche che la trasformino in un principio di Stato Legale, si scelga di legittimare, anche solo con il tempismo sbagliato del riconoscimento, un autoproclamato Stato Palestinese ancora in mano ad organizzazioni intolleranti che concepiscono la trattativa come uno stillicidio di violenza, sangue e morte?
Gaza City

PDL, Partito della Leopolda

Probabilmente ha ragione Maurizio Landini a definire la Leopolda5 una discussione tra persone che la pensano allo stesso modo, ma la riflessione che mi sento di fare a margine parte da uno spunto di Dario Franceschini.
Proprio lui, sotto il cui segretariato breve partì il movimento di rottamazione di Renzi e Civati. Era il 2009, l’allora sindaco di Firenze sentenziò “abbiamo eletto il vice disastro“, mentre salì alla ribalta Debora Serracchiani con uno sferzante discorso proprio contro la dirigenza retta da Franceschini.
Bene, proprio l’attuale ministro della Cultura, nel suo intervento sul palco della stazione di Firenze, doma le polemiche del weekend sulla possibile spaccatura di un partito così eterogeneo richiamando all’idea di “grande partito a vocazione maggioritaria“. Tradotto, un partito che possa contenere al suo interno un ventaglio di posizioni anche molto distanti, sul modello dei grandi partiti americani.
Nulla di nuovo, insomma. Del bipolarismo si parla dalla discesa in campo di Berlusconi. Ma il contesto vibra quelle parole in modo diverso.
Tra sabato e domenica, sul palco della Leopolda si sono succeduti imprenditori, manager, scienziati, politici. Tutti lì per raccontare la propria storia edificante di successo, e per spiegare quale direzione dovrebbe prendere il Paese richiamando valori trasversali a qualsiasi corrente politica. Così trasversali che a parlare c’erano pure il Presidente dell’Autorità Nazionale Anticorruzione Raffaele Cantone e il Direttore dell’Agenzia dell’Entrate Rossella Orlandi. Così trasversali che c’erano pure Luca Parmitano, astronauta del momento a raccontarci di come i confini, dallo spazio, non esistano – grazie, Luca – e Silvio Bartolotti, “l’uomo che ha tirato su la Concordia“, lo hanno presentato. Insomma, la parte migliore del Paese a dirci come dovrebbe essere migliore il Paese. In qualche modo, la sublimazione dell’atteggiamento di superiorità antropologica della Sinistra, così superiore da non essere nemmeno più costretta a dimostrarsi di sinistra.
Ascoltandoli, infatti, non potevo non domandarmi: ma se il PD si prende per definizione tutto ciò che di buono c’è nel Paese, agli altri che cosa lascia? “Noi siamo quelli”, ha poi iniziato a dire Matteo Renzi, da lì a poco.
Ma quale può essere l’identità di un partito che si autodetermina con valori così generici? Essere democratici in un paese democratico, anticorruzione quando la corruzione è reato, meritocratici quando non è esserlo è apertamente riconosciuto come una colpa? E se i valori che lo contraddistinguono sono i valori comunemente accettati da tutti, cosa lascia agli altri?
La risposta l’avevo già intuita durante la lotta per le primarie 2012: un partito che sta puntando dritto e inconsapevole oltre il concetto stesso di parte. Quello scontro di principi sul diritto di voto di tesserati e mi era parso subito una questione tutt’altro che ovvia, come invece voleva farla passare l’allora sindaco di Firenze: “noi siamo quelli che includono, non che escludono”, ha ripetuto ancora domenica Matteo Renzi come lo ripeteva allora. Empaticamente efficace, relegava con abilità i vecchi dem alla parte degli oscurantisti trattenendo per sé l’egida del democratico, e quindi del giusto. Ma la verità è che il partito che accetti il voto di tutti nella costruzione della sua organizzazione interna è solo il partito che voglia essere di tutti, e quindi di nessuno in particolare. Non più ripartito, non più parte.
Con la fine delle ideologie – Bonomi vicepresidente di Confindustria sul palco sicuramente non era un segnale contrario – probabilmente anche la nostra idea di contrapposizione politica lascerà il passo.
E’ tempo quindi di ripensare i partiti politici, di crearli non più attorno ad un’idea nella quale ci si riconosce, ma attorno ad un luogo spaziotemporale in cui costruire le idee; non più incubatori di persone con un’idea, ma meccanismi di creazioni delle idee.
Come i tavoli della Leopolda, ad esempio, non fosse che alla fine c’ha ragione Landini.