Riflessioni su questo accenno di governo/1

La voterà o no?
Gliela darà questa benedetta fiducia al governo Letta Giuseppe Civati detto Pippo Ciwati?
Oramai il tam tam si alimenta da giorni, e ci siamo, tra pochi minuti si voterà, e al momento in cui scrivo pare proprio che il deputato Civati non parteciperà alla votazione.
Questa particolare, delicata situazione in cerca di un equilibrio è forse il momento migliore per riflettere e ripensare i termini della politica che conosciamo. In particolare, oggi mi sentirei di ragionare sul significato di una fiducia ad un governo.
Premetto: sono all’argomentazione di un’intuizione, quindi avrò facoltà di cambiare parere di fronte a tesi più convincenti in qualsiasi momento. Può anche essere che al fondo dell’articolo mi sia smentito da solo, venendo a posizioni diverse. Vedremo.
Proseguo: se io fossi Beppe Civati, che farei, a parte scegliere un nome diverso al mio blog?
La fiducia ad un governo non è una cambiale in bianco concessa e irrevocabile, no di certo. Questo pomeriggio i parlamentari della Repubblica non si assoggetteranno al volere indiscutibile dell’Esecutivo, ma gli accorderanno semplicemente la possibilità di iniziare la propria opera di governo, poichè questa è una Repubblica parlamentare e il potere appartiene (al Popolo che lo demanda) al Parlamento. Quindi, se io fossi Beppe Civati e il capo del governo non fosse che so, il generale Pinochet, Ceausescu, Petain, Casaleggio coi capelli corti, Barbara d’Urso, il barbiere di Montecitorio entrato per caso in aula, ma piuttosto un incaricato scelto dal Presidente della Repubblica, preventivamente sondato e accolto dalle forze politiche a maggioranza, e quindi desumibilmente l’espressione verosimile di un parlamento votato, per quale motivo non dovrei concederglila fiducia ad operare?
Dopo attente riflessioni che tralascio per brevità, mi sento di azzardare: nessuna. Nessuna nessuna nessuna.
Intendiamoci: in altre situazioni la domanda, l’argomento, l’attenzione attorno all’indecisioni di un parlamentare, per quanto esposto e autorevole, sarebbero del tutto ridimensionate. Le maggioranze uscite dalle consultazioni si dimostrerebbero compatte, così le minoranze, e il saldo tra le posizioni non sarebbe diverso dal saldo uscito dalle urne, riconducendo il tutto alla prassi. Ma oggi, con due mesi di vita politica che hanno visto la solidità di maggioranze già risicate disintegrarsi ad ogni votazione possibile, ci troviamo di fronte al classico caso limite che delimita il principio, e la questione assume una certa importanza, dato che il Paese necessita di un governo e quello di Enrico Letta sembra oramai l’ultima spiaggia possibile.
E’ in questa situazione, quindi, che se potessi essere nei panni di Giuseppe Civati e tanti altri come lui, non esiterei a mostrare galanteria politica e istituzionale votando a occhi chiusi la fiducia all’esecutivo per dare un governo – comunque espressione di un voto democratico – a questo Paese, perfettamente consapevole che neanche un briciolo del mio potere d’opposizione a future norme indesiderate verrebbe variato.

Certo, sono altresì consapevole che il problema non sia così semplice come l’ho dipinto, come credo obietterebbe Civati stesso leggesse questo post: la base non capirebbe un accordo con la Destra, storica avversaria degli ultimi 19 anni. Corcordo, caro Beppe. Ma ritengo che… (continua).

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